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di Erica
Recchia |
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La caccia va all’università, vuole costruirsi un futuro,
assicurarsi un avvenire. Per questo la cinofilia venatoria martedì
31 gennaio è entrata in università: per incontrare i giovani e
trasmetter loro la sua passione per temi oggi tanto cari quali
l’ambiente, la tutela di fauna e flora selvatica nonché la
selezione del cane da caccia. Un’iniziativa promossa dalla nostra
rivista e dal corso di laurea in “Tecniche di Allevamento del Cane
di Razza ed Educazione Cinofila” dell’Università di Pisa e
sponsorizzata da Autarky, linea super premium di alimenti per cani
naturali al 100% della casa inglese Dodson & Horrel e Canicom,
azienda leader nel settore dell’educazione e comunicazione canina |
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Si è trattato di un evento del tutto
nuovo, che forse segna una
svolta importante. Dell’importanza della comunicazione ne siamo
tutti da tempo persuasi, della centralità del ruolo dei giovani
nel futuro del mondo, altrettanto. Eppure è la prima volta che
presidenti nazionali delle massime istituzioni e di importanti
associazioni cinofile e venatorie hanno varcato insieme la soglia
dell’università per parlare di cinofilia venatoria e ambientalismo.
Tenevo tantissimo a questo appuntamento che il Presidente del
Corso di Laurea in Allevamento del cane di razza ed educazione
cinofila, il Professor Giovanni Cardini, mi aveva aiutato e
incentivato ad organizzare perché la comunicazione della caccia è
un problema che con rammarico sento da ormai troppo tempo.
La mia passione giovanile per la cinofilia maturata negli ultimi
15 anni con un legame particolare nei confronti dei cani da
caccia, mi ha portato a conoscere e ad innamorarmi della caccia
quale attività che permette uno strettissimo contatto con la
natura, che anzi richiede una simbiosi viscerale con i ritmi e i
fenomeni naturali. La caccia non può infatti prescindere
dall’ambiente naturale e dalle risorse di un patrimonio faunistico
che tutti quanti dobbiamo impegnarci a rispettare e che la caccia,
vivendola attivamente, ci insegna a tutelare e difendere. La
caccia oggi non è più infatti prelievo indiscriminato, non è più
un’esigenza alimentare, ma passione e sport. Così come la
cinofilia, da sempre legata ad ambienti alti della società in cui
ci si dilettava con impegno nella selezione dei soggetti migliori
con cui accompagnarsi a caccia, oggi è fatta di genetica e di
agonismo.
Questo incontro nasce proprio dal desiderio di comunicare i
cambiamenti del mondo venatorio che attraverso la caccia col cane
vogliono mostrare il lato etico della stessa, il suo fine
zootecnico e il grande senso civico ed ambientalista di chi è
animato da questa grande passione.
È
così che il presidente nazionale di Federcaccia, l’avvocato Franco
Timo, il Segretario Generale di Wwf, Gaetano Benedetto, il
fondatore e Segretario generale dell'Associazione Italiana per la
Wilderness, Franco Zunino, il Presidente nazionale della Società
italiana pro segugio, Giancarlo Bosio e il Presidente del comitato
giudici dell’Enci, l’avvocato Artemio Spezia insieme ai
giornalisti Giacomo Cretti, vicedirettore di Sentieri di Caccia e
Bruno Modugno direttore di Sky Caccia e Pesca hanno tenuto questo
interessante convegno dal titolo
Quale futuro per la cinofilia
venatoria?
Un team di relatori che ringrazio di cuore per la collaborazione e
per aver reso possibile questo incontro che credo possa essere
valutato come un passo importante verso un obiettivo comune: la
fruizione del territorio e l’esercizio della cinofilia agonistica.
Tre anelli importanti di una catena ho voluto qui radunare: il
mondo venatorio, il mondo della cinofilia e il mondo degli
ambientalisti che volevo qui trovassero una sede di dialogo e di
confronto, ma che pur sempre faccia a faccia si trovassero
costretti a raccontarsi davanti a una platea “vergine” come quella
degli studenti. Non poteva poi mancare il mondo della
comunicazione rappresentato qui con due massimi esponenti per
carta stampata e televisione: Giacomo Cretti e Bruno Modugno.
Il bilancio dell’incontro non è solo positivo, perché quello che
ne è emerso sono lacune, manchevolezze e mancanze e ancora tanto
scetticismo e diffidenza. Delle associazioni ambientaliste nei
confronti di quelle venatorie di quelle venatorie nei confronti di
quelle ambientaliste, dei ragazzi nei confronti delle istituzioni
e fondamentalmente anche una gran difficoltà di molti cacciatori,
cinofili e presidenti a comunicare la cultura della caccia senza
andare in tecnicismi e politica, senza vendere fumo per arrosto.
Un passo davvero importante che
speriamo abbia aiutato tutti a
capire quanto lavoro c’è da fare e che bisogna rimboccarsi le
maniche se non si vuole che la caccia, e con essa la cinofilia
venatoria, cadano in disuso quali tradizioni obsolete e non più
esercitabili. |
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Io non so se il mio obiettivo di incontro e dialogo fosse chiaro a
tutti i relatori, ho avuto come l’impressione che per qualcuno la
tentazione di non attenersi al programma loro richiesto sia stata
forte. Il trovarsi uno accanto all’altro ha esercitato
probabilmente la grande tentazione per molti di “parlarsi tra
loro”, di non saper prescindere da interessi privati e di
dimenticarsi l’obiettivo dell’incontro: parlare ai giovani di cose
molto semplici come la passione per i cani, per la caccia e per
l’ambiente e le strade attraverso cui questa è stata nel passato
realizzabile e i cambiamenti in atto perché questa lo sia anche
nel futuro.
Il convegno si è chiuso poche ore fa, è notte e sto cercando di
trarre delle conclusioni, di pensare quale potrebbero essere le
somme da tirare. Essendo restia alle conclusioni e nella speranza
che invece questo convegno non sia che l’inizio di qualcosa di
nuovo tutto da sviluppare, ho invece deciso di raccontare come è
andata, cosa è stato detto e di lasciare ai lettori della Gazzetta
la parola, nella speranza sia foriera di un dialogo sereno e
costruttivo.
Ad introdurre il tema della giornata ci ha pensato
Bruno Modugno che ha
illustrato, con la spontaneità e semplicità tipiche di chi ha una
profonda conoscenza, l’antropologia della caccia.
Dunque come in tutte le popolazioni primitive la caccia serviva sì
a migliorare e variare temporaneamente l'alimentazione, ma anche
come la caccia rappresentasse un momento di collaborazione sociale
anche fra gruppi diversi, occasione per costruire il linguaggio,
per stabilire i ruoli e le gerarchie che poi verranno trasferite
all'interno del clan. Con un intervento dal titolo "Dal
disordine alla gestione" Modugno ha poi proseguito ad
illustrare i due modelli di caccia al di qua e al di là delle
Alpi, illustrando in questo modo quanto la caccia cambi mentalità
e presupposti in base alla cultura in cui fu sviluppata e in cui
viene praticata.
E
così i più recenti studi antropologici e storici sulla caccia ci
offrono una lucida interpretazione delle due posizioni
contrapposte che ancora dividono il nostro universo venatorio: una
di matrice romano-giudaico-cristiana che fonda le città, coltiva
la terra, e cerca, anche con le armi, nuovi mercati. L'altra,
nordico-pagana, che vaga nel suo elemento, la selva, alla ricerca
di nuovi territori di caccia e che talvolta vi si insedia
dedicandosi a colture di mera sopravvivenza.
Sono due atteggiamenti a confronto: da una parte, edonismo e
dissipazione, ma anche la pretesa di mettere ordine nella selva,
di trasformarla in un giardino popolato da animali domestici e di
quelle specie opportuniste dell'uomo che vivono senza produrre
danni apprezzabili intorno al campo coltivato; dall'altra parte,
sacralità e rispetto della selva, delle sue magie e dei suoi
abitanti, ma anche sfruttamento razionale delle potenzialità
produttive della fauna selvatica.
Poste queste importanti radici culturali e sociali della caccia,
la parola è passata al Presidente nazionale della Federazione
italiana della caccia, massima associazione venatoria italiana,
che ha tracciato il percorso dell’associazionismo venatorio che da
un lato ha sempre strenuamente difeso gli interessi della
categoria e addirittura garantito la sopravvivenza dell’ars
venandi e dall’altro ha consolidato tradizioni, contribuito alla
salvaguardia e affermazione dell’etica sportiva. Ma essere
cacciatori oggi, all’inizio del terzo millennio cosa significa? E
sarà ancora possibile essere cacciatori domani? Se da un lato è un
momento di aggregazione sociale, dall’altra è presa di coscienza
del territorio. Nel ‘900 tre fenomeni si fecero più evidenti e più
incisivi sul territorio: l’esodo rurale, l’industrializzazione e
l’urbanizzazione. Caccia e territorio non hanno potuto far altro
che segnare il passo di fronte a questa tendenza finché, un secolo
dopo, grazie all’approvazione della legge quadro che regola
l’attività venatoria (la 157/92) il cacciatore grazie ad Atc e Ca
é legato al suo territorio e dunque invitato a proteggerlo e a
migliorarlo.
Per vanificare la demagogia che dipinge i cacciatori come meri
predatori della fauna selvatica,
l’avvocato Timo ha parlato di
numeri e di quattrini facendo emergere una situazione
rosea con possibilità di gestione e intervento davvero
sorprendenti con attività di ripristino ambientale di cui tutti
hanno potuto beneficiare. La conclusione è stata che
la natura ha bisogno della caccia
e che non possa esserci caccia senza una gestione concordata con
il mondo agricolo e responsabile nei confronti
dell’ambiente da rispettare. Per arrivare a questo traguardo è
importante condividere il fatto che il bosco non sia un museo, che
l’Italia non sia un territorio mummificato ma una territorio
animato e che il cacciatore
in quanto non si limita ad osservare il territorio come potrebbe
farlo un escursionista, ma lo vive,
è il primo vero ambientalista.
Posizione “non esattamente condivisa” da
Gaetano Benedetto,
Segretario generale del Wwf che ha illustrato il problema della
caccia, nonostante abbia premesso che la caccia non sia certo tra
i primi problemi ambientali. La sua relazione era intitolata “Quello
che la legge dice e l’Italia non fa” si è quindi
passati attraverso una serie di normative che per i non addetti ai
lavori sono state un po’ noiosette e poi ad una serie di abusi (o
presunti tali) nei confronti dell’ambiente operati dai cacciatori
che sono in parte stati successivamente smentiti da Giancarlo
Bosio e Bruno Modugno che hanno strenuamente difeso il ruolo della
caccia quale importante strumento di monitoraggio e mantenimento
di equilibrio tra le specie.
Il binario del discorso (a questo punto della mattinata ho
seriamente creduto di aver fallito nell’intento di dialogo e che
il percorso verso il futuro sarebbe sempre stato un binario perché
da parte dei verdi non c’è alcuna volontà di cooperare, di
comprendere e di ascoltare) ha poi visto la centralità del cane
grazie all’intervento dell’avvocato Artemio Spezia che dopo aver
illustrato l’escursus
storico dell’Ente nazionale della cinofilia italiana, che in
questa sede era chiamato a rappresentare, e tutte le tappe
importanti che questo aveva segnato nella cinofilia agonistica, si
è dimenticato di fare una riflessione sul futuro ed una più lucida
analisi della situazione attuale. Quando vogliamo parlare di prove
di selezione zootecnica dobbiamo parlare di estero, perché nel
lavoro di selezione e miglioramento del cane da caccia, obiettivo
con cui l’Enci ha mosso i primi passi, ci si è assolutamente
scordati di lavorare o anche più semplicemente collaborare al
mantenimento di una situazione che rendesse possibili tali
verifiche. Ci si trincera ancora oggi, dopo anni che è emerso il
problema, dietro ad un’impossibilità
statutaria ad investire denaro per la gestione di territori
in cui organizzare le prove e invece di risolvere il problema
pensando o alla privatizzazione di tali strutture o alla
variazione del proprio statuto, si continua a migrare regalando
alle nazioni limitrofe l’onore di essere palcoscenico di grandi
eventi cinofili che in tal modo divengono appannaggio di pochi ed
eventi distanti dalla cinofilia più largamente intesa. Se nel
passato l’Enci ha sempre potuto contare sul colonialismo o sul
mecenatismo dunque usufruire di grandi riserve private messe
gentilmente a disposizione da importanti famiglie della nobiltà o
generosi appassionati (basti pensare a Bolgheri, S. Anna, Sutri,
Cantalupo…) oggi è arrivato il momento di pensare ad una
soluzione. Dunque o un
sodalizio con una federazione venatoria che sia
soggetto giuridico in grado di poter gestire questi terreni da
adibire all’addestramento e alla verifica cinegetica; o alla
promozione della privatizzazione
degli stessi. Gli investimenti economici forse saranno
antistatutari, ma credo che quelli di idee dovrebbero invece far
parte dei doveri dell’Ente.
Non oso a questo punto mettermi nei panni di quei poveri studenti
che hanno avuto l’apertura mentale di partecipare al convegno, che
hanno avuto la curiosità di voler scoprire che razza di disegno
questa commissione mista poteva loro offrire di una realtà unica
eppure dotata di talmente tante facce… davvero, li guardo fuggire
dall’aula appena si annuncia la pausa per il pranzo e mi domando
se torneranno mai a voler prestare orecchio, se si fideranno mai a
lasciarsi conquistare…
Per fortuna nel pomeriggio la prima relazione che ci attende è
quella di un grande zingaro, cittadino del mondo e folletto della
carta stampata che ha saputo regalare magia e rivestire di
avventura questa nostra “passionaccia”, come con colore e rendendo
perfettamente l’idea l’ha nominata in mattinata l’avvocato Timo.
Contro il concetto disneyano e naif di natura,
Giacomo Cretti ha
riportato l’esempio della gestione del territorio all’estero dove
la caccia è l’alternativa
all’agricoltura per attribuire un valore economico al territorio.
In Italia si è purtroppo andati avanti, da una parte, cercando di
“proteggere” a tutti i costi qualsiasi cosa con la politica della
“palina”, mentre dall’altra a permettere qualsiasi cosa.
All’estero avviene esattamente il contrario: tutto il territorio è
“protetto” e la gestione è affidata a tutte le realtà che lo
vivono e lo sanno gestire. Siano essi cacciatori, agricoltori,
ambientalisti… In Scozia, ad esempio, la voce “caccia” è inserita
nel bilancio nazionale.
Un altro esempio di aiuto allo sviluppo rappresentato dalla caccia
sono i Paesi dell’Est dove, a fronte di un cospicuo investimento
di denaro destinato alla sistemazione delle stazioni della
forestale ridotte a ruderi e alla garanzia di posti di lavoro,
nonché alla creazione di un indotto derivato dalla caccia, i
Governi locali hanno dato in gestione per un numero limitato di
anni l’attività venatoria con l’imperativo di osservare i
calendari, per tempi e specie locali. E non crediate che questo si
trasformi in una forma di predazione incontrollata, poiché le
autorità e le organizzazioni, hanno nel loro DNA una forte
tradizione venatoria, fondata sulla gestione e conservazione.
Ed eccoci tornati ad uno spinoso problema di gestione dei
territori vocati alla cinofilia venatoria: i parchi. Una questione
che il dottor Giancarlo Bosio,
Presidente nazionale della Società italiana prosegugio, conosce
bene e per cui da tempo si sta battendo affinché pregiudizi e
arroghi di potere vengano al pettine per essere disbrogliati
serenamente (non so se faccia parte del suo patrimonio genetico ed
emotivo questo stato d’animo, ma qui, in questa sede, si è davvero
rivolto ai giovani con tutta l’onestà mentale e la semplicità
necessarie per far digerire un argomento a chi ne è digiuno). Se
infatti nei parchi è vietata qualsiasi forma di caccia,
ricordiamoci però che
l’ambiente non è, né deve essere
prerogativa di pochi, ma nella sua
gestione come nella sua fruizione devono essere coinvolte tutte le
componenti sociali.
Inoltre la cinofilia andrebbe considerata una risorsa per le aree
protette perché tutte le forme di caccia introdotte dall’uomo sono
forme di mortalità che spesso si sovrappongono e si inseriscono o
si compensano alla mortalità naturale e a quella indotta dai
predatori. |
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Ma cos’è allora la cinofila? È passione per i cani, interesse per
il loro allevamento e utilizzo, selezione genetica, addestramento.
La cinofilia va vista nel contesto più generale e allargato della
passione per animali, domestici e selvatici, senza differenze. Per
questo chi fa cinofilia non ha un agire disgiunto che protegge il
cane e perseguita, senza apprezzare e rispettare, la fauna
selvatica, ma si inserisce nel mondo naturale riconoscendo
pulsioni e istinti, tra cui quello della caccia insito prima
nell’animale poi nell’uomo.
Il bosco non
è un museo, non è una realtà statica da frequentare senza
interagire. È una realtà che va vissuta, assaporata, curata,
rispettata e goduta.
Così come il pastore che cura il gregge non esita all’occorrenza a
prelevare i capi per il proprio mantenimento, altrettanto il
cacciatore che si prende cura dell’ambiente, quando la stagione di
caccia si apre, compatibilmente con calendari e piani di prelievo,
non esiterà a prelevare la quota che gli spetta, che non sarà
altro che l’interesse del suo operato.
A furia di proteggere, tutelare e
difendere le specie selvatiche le stiamo antropomorfizzando, gli
stiamo facendo perdere quella connotazione selvatica strettamente
legata alla loro sopravvivenza in natura. Abituati ad
essere pasturati e non insidiati gli animali perdono le capacità
di difesa a tutto svantaggiato nei confronti con i predatori
naturali. Un'altra menzogna da sfatare è il silenzio: gli animali
ne hanno profondamente paura perché è nel silenzio che si consuma
l’agguato, dunque nel bosco non camminiamo in punta di piedi, non
sussurriamo a bassa voce, facciamoci sentire e facciamo sentire la
nostra voce a chi ancora crede che far rincorrere un animale da un
segugio sia molestia: gli animali son fatti per correre e per
difendersi bisogna essere allenati.
“La
centralità della caccia col cane, un modo per vivere l’ambiente ed
impegnarsi per la sua tutela”
è stato il titolo dell’intervento di
Franco Zunino, il
fondatore e Segretario generale dell'Associazione Italiana per la
Wilderness, che ha denunciato la nostra
società per aver perso ogni rapporto con la ruralità. È forse per
questo che la cultura dell’ambientalismo di città (che poi è
quello dominante, quello dei “poteri forti” come si usa dire in
politica) ha preso il sopravvento, facendo sentire dei reietti i
cacciatori, respinti e costretti a chiudersi a riccio in difesa di
un loro diritto all’esistenza.
La cultura
ambientalista anticaccia si è talmente radicalizzata nel nostro
paese che è divenuto quasi impossibile parlare di conservazione
della natura senza che non ci si debba scontrare in infinite
polemiche sul problema della caccia.
Guai ad ottenere la protezione di montagne e vallate lasciandole
però aperte alla caccia! Così si è finito per ottenere dei Parchi
Nazionali ed altre aree protette, nei quali l’unico vincolo
seriamente imposto, e tenacemente inamovibile ed indiscutibile, è
quello del divieto di caccia! Si può magari derogare al passaggio
di un’autostrada, ma mai all’apertura di un solo ettaro
all’attività venatoria.
«Se c’è, come c’è, un’etica
anche nella caccia, detentore primo di quest’etica è il cacciatore
cinofilo – ha precisato Franco Zunino - e se c’è un “indicatore di
qualità” per distinguere il cacciatore etico dal cosiddetto
“sparatore”, cioè quello che abbina l’idea della caccia alla
sostanza della preda, anziché ad un modo per vivere in natura dei
momenti entusiasmanti ed appaganti interiormente, questo è
certamente il cacciatore cinofilo».
Viviamo in un Paese
iper-urbanizzato ed iper-coltivato, nel quale la crescita
illimitata delle popolazioni animali non è assolutamente
tollerabile. Eppure c’è chi, e sono in tanti, crede che proprio
per questo dovrebbe essere proibita la caccia, non realizzando,
per scarsa riflessione, che è invece vero l’esatto contrario. È
proprio da noi che la caccia deve essere garantita, perché se le
popolazioni animali possono crescere illimitatamente, soggette
liberamente agli equilibri naturali, lo è solo nelle grandi lande
selvagge della terra, non certo nei paesi civilizzati. Non è il
livello di urbanizzazione a far ridurre la loro crescita, né
possiamo permettere che a ridurre le loro popolazioni intervengano
i fattori equilibranti naturali, quali le malattie, che
finirebbero per annientarle... l’azione dei predatori (quasi
sempre invocata dagli anticaccia) avrebbe scarso effetto sulla
crescita delle popolazioni, ed anzi, le renderebbero sempre più
sane ed in grado di aumentare la loro riproduzione! In un tale
situazione solo la caccia, soprattutto se basata su studi e
conoscenze scientifiche, può avere quella funzione equilibratrice
indispensabile.
Quello che sarebbe dunque
opportuno è che anche nel nostro Paese i cacciatori si
rimboccassero le maniche e tornassero ai tempi in cui furono i
paladini della tutela di aree come il Gran Paradiso, le Alpi
Marittime, quella di S. Rossore o i Monti dell’Uccellina, quando
in Italia erano gli unici a disperarsi per la perdita di spazi
naturali selvaggi, e gli unici a battersi per la loro
salvaguardia. Soppiantati e poi trasformati in nemici dal nuovo
ambientalismo anticaccia, essi si sono invece relegati nel loro
mondo, chiusi a riccio in una difesa corporativista contro chi
anziché battersi per migliorarne l’attività e farseli alleati
nelle battaglie ambientaliste nostrane, li ha trasformati in
nemici.
È giunto il momento che il
mondo della caccia si occupi anche dell’educazione ambientale, ed
abbia il coraggio di parlare anche di educazione alla caccia.
Forse, noi oggi, in questa importante e storica università
italiana stiamo aprendo una porta. L’augurio è che i cacciatori
cinofili operino fattivamente affinché questa porta non debba mai
più richiudersi. |
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